Ricordo quando al risveglio sentivo il profumo di ragù. Il borbottio della pentola, papà che nell’orto usava la motozappa incurante se qualcuno in casa ancora dormisse o meno. I rintocchi delle campane, il glicine al di là della finestra. La nonna che ascoltava la messa del Papa su RAI 1, il nonno a pulire l’aia.
L’aria che si respirava in cortile leggera, non ricordo temporali o piogge torrenziali. Il prendere la bici uscire dalla cascina e incontrare gli amici su strade semi deserte. Tutti assieme andare in paese. A messa ci andavo due volte si e 5 no, ma la piazza, quella vecchia, con una rotonda improbabile, con al centro il palo della luce che di notte ne illuminava sino ai contorni chiusi dai negozi che una volta erano il centro del paese.
Lì a mezzogiorno, famiglie uscivano dalla chiesa, la mamma che allungava il passo, chissà che magari in forno avesse lasciato le lasagne, oppure doveva mettere l’acqua a bollire per la pasta. E poi magari nel pomeriggio sulle 500 o 127 andare al lago, su strade che oggi sono comunali e che allora erano al limite di statali. Code per il rientro, ma era una giornata di festa.

Non c’erano i centri commerciali, non c’era facebook, tutti a parlare o a imprecare sulla tanta gente che si muoveva. Ma era una giornata di festa, quella da godersi appieno perchè poi il giorno dopo era il lunedì di lavoro, quello che rimetteva l’ordine delle cose a posto per 5 giorni, si perché poi vi era il sabato, quello delle pulizie per la mamma e quello delle bocce per il papà. Della pizza la sera, nelle poche pizzerie aperte in quegli anni. Spesso magari non da soli, ma con zii e cugini. Poi arrivano gli anni 2000 il così detto benessere, il mondo globale, quello che per parlare a tavola con chi siede al tuo tavolo, mandi sms, o come si dice ora il “uotsap” , parola che mia mamma non sa neppure pronunciare, al pari di io scriverlo. Si tutto bello, la domenica al posto della piazza si manda “il tutto ok ?” telematico, neppure la telefonata… troppo rottura di caxxo, sai prima che mi tiene al telefono 30 min e che palle. E certo chissà cosa avremo di meglio da fare… a ci certo continuare a compiacerci di un like o di un commento positivo, magari dato prendoci per il culo, ma che noi crediamo sincero. Ci misuriamo in tutto questo, il lago lo vediamo in google, clikki immagini e il tour virtuale è servito. E poi vuoi mettere gli affetti? Siano essi per mamma o papà, o figli, mogli e mariti: il cuoricino da esibire che tanto ci fa sentire felici, ma poi magari non siamo capaci di dimostrarlo nel reale, così che tutto diventi una farsa. Valori basilari quelle delle domenica di 35 anni fa… e dico 35 anni fa…non secoli. E poi… e poi li ritrovi una domenica qualsiasi di maggio, una domenica che ti fa riscoprire quei momenti di vera felicità che solo l’essere noi stessi ti può regalare. Il cellulare nel taschino per ore senza usarlo. Parlare con persone sconosciute, camminare all’aria aperta. Contemplare la bellezza della natura. Il vociare di bambini, lasciati liberi di correre (e per noi alla loro età era l’unica cosa che si poteva fare). Il sole coi suoi raggi leggeri, la voglia di respirare a pieni polmoni. Il sorriso da ebete stampato sulla faccia, i profumi delle focacce di Armando, il bicchierino di vino che fa tanto osteria, la fetta di salame delle gite domenicali. E poi l’aspettarsi per il rientro, come una grande comunità, tutti verso l’oratorio che diventa come ai tempi un punto di sicuro ritrovo. E tutti in gruppo per il saluto finale, con aranciata e birra, pasticcini e panini, incuranti che da li a poco ci sarebbe il pranzo, ma il momento è troppo bello per non essere vissuto. E tutto questo semplicemente perché l’abbiamo voluto tutti noi, perché abbiamo capito per una domenica che il mondo è vero va avanti lo stesso, ma che forse non era poi così male neppure 35 anni fa, quando si dava valore al poco che si aveva, quando si dava valore alle persone, quando la solidarietà non era una parola che oggi pare un merito da sbandierare. Questa domenica ci siamo messi un po’ tutti assieme a nudo, affrontando ciò che di bello la vita ci pone davanti, anche in un contesto di sofferenza quale potrebbe esserci dietro l’Associazione delle Famiglie lesch-nyahn, Domenica noi c’eravamo e in silenzio abbiamo gridato “RARI NON VUOL DIRE SOLI”

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