Ci sono gara che fanno la storia del trail, altre che fanno la storia della propria vita sportiva, e altre che sposano egregiamente entrambe le cose, ed è forse proprio questo che mi ha spinto ad esserci per la 7° volta al via.

Il magico che avvolge questa gara non è palpabile, ma si sente che c’è. Non puoi esserci per così tanti anni se non vi è qualcosa che se non la corri poi ti penti di non esserci stato. Infiniti ricordi lasciati su questo percorso, ogni singolo tratto mi racconta di anni passati sulla via degli Abati. Tutto muta e tutto resta uguale, cambiano gli attori, ma non la storia. Si corre anche stavolta in compagnia, quella che non ti aspetti alla partenza, quella che ti sorprende perché silenziosa e complice. Non si corre per la gloria, non si corre per la celebrazione, corro per l’emozione di ricordare quello che ho fatto quando dopo 15h e 18 min sarà tutto finito, perché poi, mentre scrivo questo articolo, non mi senta costretto a scrivere di numeri per dare un senso a tutte quelle ore passate tra gli appennini. E allora dico grazie alle persone che mi hanno fatto vivere un giorno spensierato quando pensavo potesse essere il più duro da gestire; dico grazie a quelle persone che hanno reso la “decima” una edizione particolare, dico grazie a chi mi ha sopportato per tutto quel tempo. Non c’è posto per l’astio o l’invidia nel mondo del trail, c’è posto invece per la passione, la condivisione di momenti unici, proprio perché uniche le persone. Non è facile spiegare a parole cosa ho vissuto alla Abbot, ma di sicuro posso dire di essere stato finisher con due persone che negli anni ho avuto il privilegio di conoscere: Luca Guerini e Flippo Canetta, persone che mi insegano metro dopo metro come non mollare mai, come non trovare scuse per arrendersi. E poi c’è la “recluta” del gruppo, Rob Isolda: questo giro ha mollato, ha preso un po’ le misure… ma già lo so : presto sarà lui a tirare me …

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